Riportiamo un articolo di Marco Zucchetti dedicato ad Alexandre Pato, comparso sull'edizione online de "il Giornale.it":

In una sera di ottobre di otto anni fa, un costoso neoacquisto ucraino trascinò il Milan contro la Lazio all’Olimpico. Alla sua quarta partita in serie A, Andriy Shevchenko segnò tre gol in uno spettacolare 4-4, lasciando presagire i contorni del campione che si sarebbe poi consacrato.
Oggi, di fronte a una Lazio meno competitiva di quella a suo tempo scudettata, la possibilità di stupire è tra i piedi arancioni di Pato. Già, perchè - proprio come gli scarpini sgargianti -, anche il paragone calza.
Prova ne sia la scenetta di mercoledì sera negli studi di Sky. Carlo Ancelotti in collegamento da Catania esamina l’1-1 e il fischietto isterico di De Marco. E all’improvviso Mario Sconcerti si accorge di una stortura: «Certo che se non ci stupiamo del fatto che Pato abbia già segnato cinque gol in otto partite...».
Insomma, due mesi dopo il suo esordio - quello durante il quale era indispensabile commentare e sottolineare ogni stop e ogni passaggio, come si fa coi bimbi - le reti del Papero non fanno più notizia. Gioca, quindi segna. Roba che per un debuttante 18enne alle prese con le difese più tignose del mondo non è esattamente pizza e fichi.
Riguardando le prime otto partite italiane dei maggiori bomber stranieri degli ultimi anni, si nota come meglio di lui abbiano fatto solo due grandissimi come - appunto - Sheva e Ronaldo. Gente da Pallone d’Oro e da centinaia di gol. Il primo nel 1999/00 timbrò il cartellino sette volte, con le perle dell’esordio a Lecce e del tocco di ginocchio nel derby; il secondo sei, nonostante la «prima» senza reti contro il Brescia. Stesso score di Pato invece per Trezeguet, che nelle prime partite in bianconero fu utilizzato ad intermittenza, salvo poi timbrare con Milan e Inter. Differenza non da poco: il francese giungeva a Torino da fresco realizzatore del maledetto golden gol degli Europei, mentre Pato è spuntato a Milanello come un funghetto tutto da scoprire. Se poi si confrontano i suoi inizi con quelli di Ibrahimovic, si scopre che lo svedese nelle prime otto alla Juve mise a segno solo tre gol, due dei quali ininfluenti. E stiamo parlando di Ibracadabra.
Eppure Ancelotti - sotto il sopracciglio sornione - non è ancora soddisfatto, sa che il suo piccolo asso di cuoricini non ha sfoderato tutto il repertorio: «Sta confermando le sue doti realizzative - il commento -, ma non ha ancora mostrato il meglio. Può fare molto di più».
Parole paterne che tirano le briglie agli entusiasmi, simili a quelle dopo Milan-Napoli: «Bravo per il gol, ma ne ha sbagliati altri due». Però è difficile non entusiasmarsi di fronte al ragazzino. Il capolavoro a Firenze, la doppietta con il Genoa e una media voto di 6,56 con le sole «macchie» di Bergamo e Udine fanno sognare. E il basso profilo disarmante che arreda la sua faccia pulita da liceale educato fanno tenerezza. Stesso visino timido e impacciato che mostrava Kakà quattro anni or sono.
Lo stesso Kakà che da giovedì ha prolungato il contratto fino al 2013 a cifre record («ma in Italia c’è chi guadagna di più», ricorda Adriano Galliani) e che prenota il posto di simbolo del Milan: «Voglio entrare nella storia rossonera, imitare Maldini», questo l’auspicio. Kakà che si allena «per essere decisivo contro l’Arsenal», come dice Ancelotti; Kakà che con la Lazio non ci sarà. Come del resto Nesta e Pirlo. Motivo in più per le preoccupazioni di Galliani: «Siamo stanchi, abbiamo giocato più di tutti». Contro i biancocelesti ci sarà però Pato, uno che appena vede la porta, tira. Uno che sembra già unico nel parco attaccanti del Milan. Uno che aspetta solo il battesimo della Champions League. Giusto per dimostrare anche all’Europa che c’è un Papero sulla buona strada per diventare un cigno.


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