Shevchenko parla di Pato

Riportiamo una bell'intervista di oggi pubblicata sul sito della Gazzetta dello Sport.
Si è rivisto com’era lui allora?
Non proprio, ma ha visto qualcuno di molto simile. Pato è un po’ più piccolo, un po’ più giovane, forse più veloce, meno potente. Ma più di un riflesso nello specchio ha portato Andriy Shevchenko a rileggersi com’era nel 1999 e a vedere com’è adesso questo ragazzo brasiliano che ha conquistato tutti con la stessa maglia sulle spalle.
A 18 anni, Shevchenko non era ancora nei piani del Milan, ma giocava già in prima squadra con la Dinamo Kiev. A 18 ha fatto il suo primo gol in Champions, a 22 è stato capocannoniere della Champions, sempre a 22, nel 1999, è arrivato al Milan, a 26 ha vinto la Champions e a 27 è stato campione d’Italia. Ha giocato il primo e probabilmente unico Mondiale a 29, perché essere ucraino non è come essere brasiliano. Pato ha fatto molte cose prima di Shevchenko e altre può farne per bruciare il tempo. «E’ così bravo, ma ha soltanto 18 anni. Spero non lo tormentiate con i paragoni».
Dicono che Pato le somigli. Sembra anche a lei?
«Sì. Perché anche a Pato piace partire un po’ indietro. Non si comporta proprio da prima punta e ha un modo di giocare che somiglia al mio: capisce il gioco, va negli spazi. A me non piaceva e non mi piace stare fermo. Vedo che non piace nemmeno a lui».
Pato ha segnato già tre gol ma ne ha anche sbagliati tanti. Lei alla sue età sbagliava molto?
«In questo ero esattamente come lui. Ero potente, ma sbagliavo tanti gol anch’io. Sono migliorato negli anni e la fortuna di Pato è di essere arrivato al Milan presto».
Qualcuno ha detto: troppo presto.
«Non è mai troppo presto se capiti in una società seria come il Milan. Pato ha compagni che lo aiuteranno a crescere, gente che ha una visione del gioco diversa dagli altri. Parlo di Pirlo, Kakà, Seedorf. Giocare accanto a gente così per un attaccante è una garanzia».
Nostalgia di quei tempi? A trentuno anni, non si sentirà già vecchio...
«Per carità. Ho ricominciato proprio in questi giorni ad allenarmi dopo un problema alla schiena che mi ha tenuto fermo per un po’. Sono in un grande club, la squadra sta andando bene. La vita non è fatta soltanto di passato: la mia vita ora è al Chelsea. Al Milan ho fatto il mio tempo. Il futuro è di Pato».
Insomma, la sua maglia numero 7 ha trovato un vero erede....
«Pato farà la sua storia come io ho fatto la mia. Io sono felice del segno che ho lasciato nel Milan, ho passato sette anni fantastici e ho dato il meglio di me. Anche le stagioni difficili a Milano sono state belle e questa è la cosa che mi resta dentro. Amo il Milan e amo l’Italia che mi ha dato tante cose, l’ho sempre detto e non c’è niente di male a continuare a dirlo. Al tuo posto arriva sempre qualcuno altro: il Milan trova i giocatori che lasciano il segno».
A sostituirla, veramente, hanno fatto un po’ di fatica.
«Quello che ho fatto io, o Rivera, o Boban, o Baresi, o Van Basten, resterà. Giudicatemi per quello che ho dato, ma il futuro non è mio».
Che cosa le piace di Pato?
«Che fa tutto verso la porta, come facevo io. Cerca di velocizzare e non fa mai un movimento laterale, si muove sempre in avanti. Ha qualità, ma non deve dimostrare qualcosa a ogni partita. Dategli modo di crescere».
I tifosi immaginano quanti gol potrà segnare e contano quanti ne servono al Milan per risalire la classifica....
«Non è importante quanti gol segna, sono importanti le sue caratteristiche. Pato è perfetto per il gioco della squadra. Al Milan serviva un giocatore così, a lui serviva una squadra come il Milan per emergere: matrimonio perfetto».
E’ così difficile ambientarsi nel calcio italiano?
«E’ difficile se non ti ricordi che non sempre le storie sono semplici, anche se cominciano bene. Ma mi dicono che Pato è un ragazzo equilibrato, e poi Ancelotti sa come trattarlo e i miei ex compagni sono giocatori intelligenti: sanno dargli la palla al momento giusto, sapranno dargli una mano fuori dal campo quando arriveranno momenti meno facili. Fidatevi di uno che di gol ne ha fatti tanti: se Pato sbaglia non importa, importa quello che è. Il ragazzo giusto al posto giusto». Com’era lui, ma sono passati tanti anni e di questo è meglio non parlare più.

di Alessandra Bocci


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